LO SCIOGLIMENTO DEI GHIACCI

Uno studio condotto da un team guidato da Yvon Le Maho, direttore della ricerca all’IPHC di Strasburgo, dimostra che il cambiamento climatico ha un impatto sul successo riproduttivo e sul tasso di sopravvivenza dei pinguini.

Il team ha monitorato per oltre 9 anni un gruppo di 450 pinguini reali e studiato i loro comportamenti nelle condizioni climatiche del surriscaldamento globale.

A causa di una maggiore temperatura della superficie del mare, aumentano le distanze che i pinguini devono compiere per trovare il cibo necessario. 

 

Da millenni, i pinguini fanno affidamento per il cibo sul Fronte Polare Antartico, una fascia molto ristretta in cui acque fredde e ricche di nutrienti risalgono dalle profondità marine sostentando una grandissima quantità di pesci. 

A causa dello scioglimento dei ghiacci, questa importante risorsa si sta spostando verso sud, allontanandosi da molte delle isole che attualmente ospitano le colonie più grandi. 

Gli adulti sono quindi forzati a nuotare sempre più lontano per trovare cibo mentre i pulcini aspettano a terra, soffrendo la fame per tempi sempre più lunghi.

Lo scioglimento della calotta glaciale riduce infatti l’habitat del krill, una fonte di cibo fondamentale per i pinguini imperatore. 

 

”Il ruolo del ghiaccio marino è complicato. I pinguini sono obbligati a intraprendere viaggi più lunghi verso l’oceano per cacciare  e riportare il cibo ai loro pulcini. Troppo poco ghiaccio implica la scomparsa di alcune prede abituali dei pinguini”.

 

“Se il ghiaccio marino declina ai tassi previsti dai modelli climatici dell’IPCC, e continua a influenzare i pinguini imperatore, come ha fatto nella seconda metà del 20° secolo, almeno i due terzi delle colonie diminuiranno di oltre il 50 per cento dalla loro dimensione attuale entro il 2100”

Stephanie Jenouvrier, biologo del Woods Hole Oceanographic Institution (WHOI).     

 

“Se queste previsioni si dimostrassero vere, i pinguini reali potrebbero essere di fronte all’estinzione”

Yvon Le Maho, direttore della ricerca all’IPHC di Strasburgo

fonte:Cnr.it, Focus.it

IL COLORANTE CHE LOCALIZZA LA MICROPLASTICA

Le microplastiche sono quelle piccole particelle di plastica che inquinano i nostri mari e oceani.

 

La plastica ingerita da pesci, molluschi e crostacei finisce anche nei nostri piatti. 

Il rischio è, dunque, anche per gli esseri umani: gli inquinanti rilasciati dalle microplastiche possono essere ingeriti e finire nel nostro organismo interferendo con il sistema endocrino umano fino a produrre alterazioni genetiche.

 

Ogni chilometro quadrato di oceano contiene in media 63.320 particelle di microplastica, con differenze significative a livello regionale, secondo l’ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unep). Ad esempio nel Sudest asiatico il livello è 27 volte maggiore rispetto ad altre zone. 

 

Il Mediterraneo è uno dei mari più inquinati al mondo: qui si concentra il 7 per cento delle microplastiche a livello globale. Inoltre ci sono cinque regioni oceaniche (dette gyres) dove, per via delle correnti, si accumulano le più grandi quantità di detriti.

L’Unep ha collocato il problema della plastica nei mari e negli oceani tra le sei emergenze ambientali più gravi. Se non interveniamo subito, entro il 2050 ci sarà più plastica che pesce nei nostri mari e il 99% degli uccelli marini avrà ingoiato quantità più o meno elevate di plastiche.

I ricercatori dell’Università di Warwick, Inghilterra, utilizzano il rosso nilo, un colorante usato in microscopia, per localizzare fibre di plastica dello spessore di 20 micrometri.

Il colorante si lega alle particelle di plastica e, unito all’acido nitrico, che digerisce tutti i frammenti di origine organica, diventa fluorescente evidenziando soltanto le microparticelle di plastica.

 

fonte: Focus.it

L'ISOLA DI PLASTICA

La cosiddetta isola di plastica del Pacifico è la più grande zona di accumulo di rifiuti galleggianti al mondo: 1,6 milioni di km2 la superficie (ossia 5 volte l’Italia).

È situata in corrispondenza del vortice oceanico subtropicale del Pacifico del Nord, in una regione dove le correnti superficiali formate dai venti creano una zona di convergenza dove si accumulano detriti naturali e di origine umana che possono rimanere intrappolati nel vortice  per vari anni.

 

La quasi totalità dei rifiuti galleggianti che compongono l’”isola” è costituita da plastiche (99,9%), per circa 79.000 tonnellate distribuite su di un’area di 1,6 milioni di chilometri quadrati (circa un decimo della superficie dell’intero Pacifico)

 

L’analisi delle campionature ha rivelato che il 75% del materiale deriva da detriti con un diametro superiore ai 5 centimetri proveniente da contenitori, bottiglie, coperchi, cavi, reti da pesca e nastri da imballo.

 

É stata scoperta nel 1988 dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) degli Stati Uniti. Le predizioni erano basate su risultati ottenuti da diversi ricercatori con base in Alaska che, fra il 1985 e il 1988, misurarono le aggregazioni di materiali plastici nel nord dell’Oceano Pacifico.

 

fonte di ricerca: nationalgeographicitalia

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